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Bibliografia
Invito
per la presentazione del volume "Orizzonti e limiti della scienza".
Decima Cattedra dei non credenti
"I
figli di Kronos si interrogano". Calendario incontri dell'undicesima
Cattedra dei non credenti
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La Cattedra dei non credenti: l'ascolto degli
altri
di Paolo Mantegazza e Antonio Sartori
"Cattedra dei non credenti": un'intitolazione ambigua,
un'intitolazione da capire.
'Cattedra' rievoca al primo impatto un'idea di sussiego, di magistero
disuguale, di superiorità, almeno culturale: chi sta in cattedra
si impone e prevale, vuole prevalere, deve prevalere.
Lo riconosce in fondo lo stesso Cardinale, che sembra quasi non
trovarsi a suo agio in cattedra: "una sensazione (di smarrimento)
è quella che io stesso provo ogni volta che mi tocca esprimermi
ex cathedra, trovandomi collocato un po' troppo in alto, specie
quando devo affrontare temi ardui, in cui è inevitabile il
rischio, se si vuole restare al livello elevato dell'argomento,
di smarrire il senso di ciò che è 'giusto e normale'
"; anche se poi, dall'alto della cattedra più prestigiosa,
dal pulpito del Duomo, sono discese, per riecheggiare a lungo per
la città e per il mondo, tante parole forti e luminose del
suo iter pastorale.
Cattedra dei non credenti: riservata ai non credenti, per i non
credenti, di fronte ai quali o sopra ai quali - una cattedra è
di per sé posta più in alto di chi ascolta - impartire
lezioni o dare insegnamenti? E a chi dunque? Forse ai non credenti,
appunto? Ma non sarebbe questa una definizione negativa, in rapporto
con chi invece crede, e che per questo si impanca in cattedra...?
Così sembra, ma così non è. Il Cardinale ha
coscientemente corso il rischio, o perfino cercato la provocazione,
dell'equivoco, pur di affinare all'estremo l'intitolazione, fino
a scolpire lo slogan più netto, fino a proporre il logo più
attraente per un'iniziativa tanto poi risonante e fortunata, quanto
precaria e temeraria allora, nella frenesia della città sempre
e comunque frastornata e sorda.
E dunque sì, "Cattedra dei non credenti": ma come
un'intitolazione che ben altra luce, ben altro impatto produce,
se si prende atto delle sue ragioni, ripetutamente rammentate e
confermate e ribadite dal Cardinale nel lungo percorso dell'iniziativa.
Chi meglio del Cardinale, per presentare lo spirito informatore
del progetto, conservato e rispettato lungo tutta la sua pluriennale
realizzazione?
"L'idea della 'cattedra' mi è venuta dalle meditazioni
che ho tenuto in Duomo, a partire dalla Scrittura, a migliaia di
giovani e poi anche ad adulti. Insieme abbiamo percorso un cammino
di ascolto immediato della Parola lasciandoci da essa provocare.
A un certo punto, dopo tanti anni di predicazione in Duomo, occorreva
escogitare altre forme. Tra le tante possibili ho pensato a coloro
che non sono immediatamente presenti nel fanurn, nel tempio, e ho
sentito il desiderio di ascoltare altri, quanto più possibile
diversi da noi. Diversi da noi, ma dotati di una tensione spirituale,
carica di forza. Sentivo inoltre che nelle nostre parole di comunità
cristiana si presupponeva molto, o troppo, di ciò che c'era
di più profondo; si passava in certo modo sopra alle grandi
opzioni fondamentali, o ai più si richiamavano come ovvie,
oppure si offriva qua e là qualche supporto apologetico senza
però guardare al fondo. Mi dicevo: occorre creare luoghi,
situazioni, trovare qualcuno che ci aiuti, che abbia il coraggio
di cominciare. Evidentemente, sarebbero state necessarie alcune
condizioni: la volontà sincera di confrontarsi; l'accoglienza,
umile, benevola di ciascuno verso l'altro; il desiderio di lasciarsi
interrogare dall'altro, senza bisogno subito di rispondere rimbeccando
o correggendo o chiarendo, ma lasciando che le interrogazioni prendessero
la forma del proprio corpo e della propria esperienza.
Mi pareva inoltre che, almeno per quanto riguarda i credenti, questo
avrebbe significato, e certo significherà, una più
larga capacità di capire e di accogliere, sentendosi nello
stesso momento più capaci di capire se stessi e il proprio
dono. E forse - mi dicevo - anche i non credenti sperimenteranno
una maggiore libertà di lasciarsi interrogare".
Ecco dunque una prima novità grande: chi sono i non credenti
e dove trovarli? Sempre e soltanto altri e altrove?
No decisamente; perché, continua il Cardinale, "io ritengo
- ed è l'ipotesi di partenza - che ciascuno di noi abbia
in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro,
che si interrogano a vicenda, che rimandano continuamente domande
pungenti e inquietanti l'uno all'altro; il non credente che è
in me inquieta il credente che è in me e viceversa".
Ora "è importante 1' appropriazione di questo dialogo
interiore, poiché permette a ciascuno di crescere nella coscienza
di sé. La chiarezza e la sincerità ditale dialogo
si pongono come sintomo di raggiunta maturità umana... infatti..,
c'è nella persona umana la voce e l'atteggiamento di chi
crede e insieme la propensione, l'inclinazione a non credere, a
non accettare, a continuare a interrogarsi, a dubitare; e l'esperienza
insegna che anche in chi non si designa come credente nella misura
in cui pensa, c'è un movimento di dialogo interiore analogo
a quello che c'è in chi crede".
Insomma, quando il Cardinale non chiede, né impone, ma affabilmente
riconosce che "ci disponiamo a quell'esercizio dello spirito
e del cuore (dello spirito e del cuore, binomio indissolubile nella
tensione unica e totale dell'intera persona) che consiste nel lasciare
spazio alle voci interiori presenti in ciascuno di noi e che potremmo
chiamare, pur tenendo conto delle molteplici sfumature individuali,
voce del credente e voce del non credente", sottolinea che
il discrimine non può porsi tra credenti e non credenti,
ma - e così la specifica si fa totale e coinvolge tutto e
tutti, ma allo stesso modo e sullo stesso piano e con pari dignità
di riflessione e di ascolto - tra "pensanti", che riconoscono
lo stimolo dialettico che è in ciascuno, e "non pensanti",
che non ne vogliono o sanno tenere conto, che se ne privano o ne
sono privi: secondo una distinzione rigorosa, che fu di N. Bobbio
ma che fu fatta propria dal Cardinale, come invito ad un impegno
costante a non rinunciare alla ragione, che tutti può accomunare
davvero, purché volontariamente "pensanti".
Che fu proprio l'atteggiamento della lunga serie di incontri, in
ciascuno dei quali "credenti" e "non credenti",
forse coincidenti e "pensanti" del pari e alla pari, si
confrontarono, ma senza nulla del contraddittorio caparbio o preconcetto
ma neppure dell'accomodante di maniera: o meglio, proposero le loro
testimonianze, reciprocamente e a turno "in cattedra"
appunto, ma volentieri disposti a scenderne per far posto all'altro.
Lo si vide già nello svolgersi della prima "Cattedra"
(1987) intorno ad un tema forte, "Le ragioni della fede",
quasi a dare fondamento e premessa a ciò che sarebbe seguito
poi, ma che allora non era ancora definito. Eppure non si trattò
"né di un dibattito né di considerazioni apologetiche
né di conferenze sulla fede", perché gli incontri
furono guidati saldamente ma pazientemente dagli inquadramenti del
Cardinale: non sulle "premesse" razionali o tradizionali
e neppure sui "contenuti" della fede, ma sui "dinamismi
del credere", in un'incalzante successione di "fede diffidente,
non capace di affidarsi, fede questuante che chiede nella sua inquietudine,
fede fragile o scarsa, fede agonica o combattente, fede vincente
infine, che è la figura tipica, piena, della fede, è
la fede che si affida".
Non una soddisfatta acquiescenza, dunque, ma una progressiva e stimolante
conquista (forse mai sopita?). "Questo, naturalmente, se è
fede autentica, non caricatura della fede": che è un
giudizio netto, per nulla accomodante questa volta per i "già"
credenti, quanto ragionevolmente accettabile anche dai "non"
credenti (non ancora o tuttora non credenti?).
Nel 1988 si approfondì "Il senso del dolore" ed
il Cardinale volle concludere intense e "difficili" considerazioni,
imperniate sulla figura di Giobbe -quasi ovvia questa, ma non scontate
quelle - con ben altre citazioni: "Dio mio, Dio mio, perché
mi hai abbandonato?", "Nelle tue mani, Padre, affido il
mio spirito", "Oggi sarai con me in paradiso"; espressioni
difficili da conciliare per la profondità universale dei
significati e per l'altezza di Chi le pronunciò, ma insieme
rappresentanti l'ideale a cui guardare, se vi si riconosce "il
senso della delusione, l'affidamento illimitato, l'attenzione all'altro
che soffre".
Il tema del 1989, lo "Spirito dell'infanzia", portò
a significative coincidenze nella presentazione dialogica dello
scienziato, lo psicopedagogista Fulvio Scaparro e del Cardinale,
in singolare sintonia nell'apprezzare lo stato infantile come il
meglio predisposto alla consapevolezza dei grandi problemi della
vita, dell'esistenza, della coscienza: tra il "credere o non
credere è roba da grandi, mentre il sentimento religioso
è roba da bambini, nel senso più elevato del termine
e come tale va rispettato e, se possibile, recuperato" e il
"se non diventerete come bambini non entrerete nel Regno dei
cieli" c'è in fondo una bella convergenza: è
"lo sgorgare della fede come dono nel cuore del credente...
la ferita del cuore o l'innamoramento", conquista ideale che
rimane troppo spesso una speranza.
E proprio alla speranza si dedicò la quarta Cattedra (1990):
"Rendiamo ragione della speranza cristiana". Poiché
la speranza è un "valore positivo.., forza straordinaria
della vita", se ne volle rendere ragione, ma al plurale: "rendiamo,
cioè esprimiamo non la fede soggettiva di ciascuno, o l'opinione
personale, ma la fede comune dei cristiani di tutto il mondo (e
infatti sono presenti anche rappresentanti delle altre Chiese Cristiane)".
Se ne volle rendere ragione: "non nel senso che vogliamo dimostrarla,
quasi imporla... non intendiamo darne ragioni cogenti, ma esprimerla
con tutta quella verità e semplicità con cui essa
è in noi". Una speranza mai statica, perciò,
ma da raggiungere con un lungo cammino non privo di ostacoli, che
vanno dal razionalismo problematico alla "nube del non senso"
nel non capire (e nel non accettare forse) le maggiori delusioni
o i dolori più grandi, alla "banalità di ogni
giorno" che tutto ridimensiona.
Con il 1991 la "Cattedra", la quinta, si spalancò
al mondo nei suoi contenuti e nei suoi partecipanti. Non è
che fin qui fosse stata certo un'esperienza chiusa - basta ripercorrerne
i temi - ma certamente puntata sui problemi fondamentali della fede
e con la partecipazione via via di poche voci, pur altamente qualificate.
Fu la volta infatti dell' "Ordine dei sentimenti", con
tutta la loro variegata e magmatica presenza, ed il... disordine
con cui più spesso si presentano e incalzano. Molte le voci
(il medico e il filosofo, il regista e il letterato, la danzatrice
e il teologo), molte le sensazioni - a che cos'altro accostare i
sentimenti, e che cosa sono i sentimenti? - cui il Cardinale seppe
dare ordine, con il pio rifarsi ad una guida che "sa"
- sa soltanto, ma non è - di passato, nel suo intervento
su "l'ordine dei sentimenti nel cammino di un credente: gli
esercizi spirituali di Sant'Ignazio quale cammino verso la libertà".
"Il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce"
(Pascal): che siano questi i sentimenti o il loro fondamento? Da
qui l'ordine proposto dal Cardinale, che era ordine gerarchico e
temporale insieme:
per "ricercare i sentimenti autentici e scoprire quelli inautentici
e distruttivi", per conservare o rivitalizzare tra quelli quanti
fossero vacillanti.
Il 1992 segnò una svolta nelle "Cattedre". La
sesta fu ospitata, come tutte le successive, presso l'Università
Statale di Milano, luogo simbolico della cultura "laica"
o "luogo della cultura aperto a tutti", come ebbe a sottolineare
l'ospite, da Rettore dell'Ateneo.
Il Cardinale vi ribadì che "fin dall'inizio abbiamo
desiderato semplicemente dare voce, mediante testimoni qualificati,
a quell'intimo di noi stessi, di ciascuno di noi, chiunque siamo,
che è in ricerca di ragioni e di motivazioni profonde e autentiche
del vivere, e che non teme di confrontarle con chi ha le
stesse motivazioni e con chi ne ha di diverse. Ne faremo dunque
un esercizio di ascolto, che vuole aiutare a porci domande e a mettere
alla prova, a verificare quelle che crediamo essere le nostre risposte.
Il tutto in forma pacata, mettendoci in situazione rispettosa gli
uni degli altri". Infatti, "in questa VI edizione della
Cattedra, ci poniamo in ascolto della tradizione ebraica, quella
che forse più di tutte ha riflettuto da millenni su tali
interrogativi e, in particolare, si è confrontata in maniera
drammatica, nel nostro secolo, con il tema del silenzio di Dio:
perché Dio non parla o sembra non parlarci?". Ed ecco
il tema: "Chi è come te fra i muti? L'uomo di fronte
al silenzio di Dio". Un silenzio che può anche essere
o sembrare contingente (Dio non si cura... Dio non interviene...),
ma che è pure fortemente espressivo e definitivo (Dio è,
non sta a Lui di farsi sentire, ma agli uomini di sentirlo).
Nel 1993 il confronto con "l'altro" si fece più
marcato: "La preghiera di chi non crede" (un'altra intitolazione
contraddittoria all'apparenza) fu l'occasione per chiedersi se "c'è
nell'uomo un quid talmente intimo, talmente profondo, da sfuggire
persino alla definizione di ortodossia o di confessione religiosa
specifica". La domanda venne proposta insieme con lo psicologo
"che non crede ma prega", con la letterata ("la poesia
è preghiera?"), con il monaco buddista zen e la sua
non preghiera se non nel "vivere totalmente l'istante",
e fu risolta problematicamente dal Cardinale, perché "le
ragioni della preghiera consistono in una corretta visione del mistero
dell'Essere", e ancora perché "l'itinerario dal
capire al comprendere e al pregare si configura in un percorso dalla
ratio all'oratio e dall'oratio all'adoratio: l'orante penetra in
quel mistero che è il vero mare dell'Essere".
Dopo la sosta del 1994, le Cattedre affrontarono l'attualità.
"Questa nostra benedetta maledetta città" (1995)
si propose infatti domande concrete: "il vivere oggi nella
città - con i suoi ritmi e condizionamenti - uccide la fede,
qualunque essa sia? Soffoca i sentimenti profondi del cuore? Induce
necessariamente all 'anonimato, a rapporti solo funzionali?... oppure
è luogo di verità nelle relazioni, occasione di prossimità,
di amicizia, di ospitalità vera?.., la città può
essere l'uno o l'altro, più l'uno che l'altro; dipende anche
da noi, dal nostro vivere con più o meno coscienza una situazione
ambivalente e complessa", anche se con la speranza viva che
il luogo cui tende il cammino non è un "paradiso giardino
di delizie", ma una città, 'la' città, la Gerusalemme
dell'Apocalisse, che "ha in sé il meglio del paradiso
originario, il fiume dell'acqua e l'albero della vita; tuttavia
è un luogo dove le moltitudini vivono in armonia, in un intreccio
di costruzioni molteplici e costruttive". Insomma, "non
una città ideale, ma un ideale di città" con
i suoi spazi privilegiati: spazi del silenzio e dell'ascolto, del
dialogo, delle accoglienze, dell'intercessione e dell'ospitalità.
Spazi ancora stenti e sacrificati, però, se nel 1996 si
propose di ragionare di "Fedi e violenze", di intolleranze,
perché "il problema è nell'aria, e ottiene risposte
diverse". Ma se "la violenza è nella radice e nel
tessuto delle nostre società storiche... se non è
soltanto intorno a noi, ma dentro di noi... se l'amore e la fede
non sono anch'essi senza qualche violenza, fondamentale, in questo
caso, è il saper distinguere tra violenza costruttiva o rottura
instauratrice e violenza distruttiva", e allora "il problema
non è quello di isterilirsi in nome della tolleranza, di
non essere combattivi o di rinunciare a convincere altri; il problema
sta nel modo in cui l'espandersi dell'amore e della fede è
concepito e vissuto: se come espressione di potenza o quale espressione
di amore umile, servizievole, disponibile, dialogante".
Nel 1998 fu la volta di una Cattedra su un tema letteralmente abissale:
"Orizzonti e limiti della scienza: la nascita dell'intelligenza
umana". I contributi dello scienziato, del filosofo, del teologo
più d'ogni altra occasione stentarono a conciliarsi, neppure
con le conclusioni illuminate del Cardinale: ma non a quello si
mirava, perché "la tolleranza voluta a ogni costo e
come bene supremo finisce col diventare un'altra forma di intolleranza",
ma piuttosto al
confronto pacato e problematico e meditativo, all'insegna come non
mai della dialettica arricchente tra "credenti e non credenti",
ma con la preziosa selezione "trasversale" dei "pensanti"
rispetto ai "non pensanti".
Infine il 2000, con una vena di nostalgia che è propria
di tutti gli "infine": "era dunque il tema del tempo
quasi ineludibile per una Cattedra dei non credenti, tanto più
che questa undicesima dovrebbe essere, con tutta probabilità,
l'ultima.
"Figli di Crono" il tema definito - quello del tempo -
difficile e vago, come riconosceva S. Agostino: "Che cos'è
dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede lo so; se voglio spiegarlo
a chi me lo chiede, non lo so più". La suggestiva metafora
dell'equivoco tra Kronos, il dio originario della mitologia greca
che divora i suoi figli, e Chronos, il tempo del pari e universalmente
distruttore, introdusse le complesse meditazioni sulla "disamina
scientifica" del tempo come misura universale, sulla "meditazione
filosofica" del tempo come concezione ed espressione del pensiero
umano, sulla "dimensione del tempo" come memoria, storicamente
etica, e come attesa; perché "gli aspetti apparentemente
contraddittori del tempo, la pesantezza e insieme levità
dell' 'oggi', la sua fugacità e insieme pienezza, la sua
distruttività e insieme innovatività, la sua finitezza
e insieme infinitezza, permeano tanto l'esperienza del non credente
quanto quella del credente".
Mai, forse, come in questa Cattedra il Cardinale ebbe a puntare
sulla specificità dell'interpretazione cristiana. Perché
"il paradosso cristiano del tempo", secondo il quale "il
discepolo di Cristo vive in questo tempo, ma è anche cittadino
del tempo eterno", deve misurarsi con le tentazioni dell'oggi,
con gli attacchi di Crono che "tenta di divorare i suoi figli":
"tempo dell'ansia, perché il tempo non basta mai; tempo
della frustrazione, perché il tempo si sbriciola tra le mani;
tempo che si ripete, per la paura di un rendiconto definitivo e
il mito della reincarnazione come eterno ritorno dell'uguale; tempo
che si chiude, per cui si riduce il proprio futuro entro gli ambiti
visibili del tempo biologico". E per il credente, qui fortemente
contrapposto? Quattro le percezioni suggerite dal Cardinale: "che
l'oggi è sempre precario, sfuggente; che il mio 'oggi', il
mio 'qui e ora' è ricco di valore; che del tempo ci sarà
una 'fine', che comporterà un giudizio; che I' 'eternità'
è già nel tempo; ... ma per chi riconosce in Cristo
la pienezza dei tempi e il centro della storia - pienezza del presente,
la quale risponde alle attese del passato e apre prospettive di
futuro senza tramonto - tempo finito e tempo infinito non sono più
contrapposti, non si elidono a vicenda, ma si toccano e si saldano".
Come Giacobbe si rinsaldò dalla paura dell'ignoto e della
solitudine con la certezza della presenza immanente del Signore
(Gen., 28, 16 ss.) così "sia dato anche a noi di trovare
nel labirinto del tempo l'indicazione di un cammino sicuro Che è,
in fondo, l'augurio ma anche il frutto più prezioso del lungo
cammino scandito dalle undici "Cattedre dei non credenti":
partecipate da tanti e diversi relatori, ma affollate anche da un
popolo di buona volontà, sempre e assiduamente da numerarsi
a migliaia: testimoni, anche senza vani trionfalismi di audience,
di "questa nostra città, benedetta maledetta".
La quale tuttavia ha avuto ancora il dono prezioso di una... nuovamente
ultima Cattedra, un poco inattesa nella sua edizione, un poco singolare
nel suo manifestarsi in un unico incontro, ma quanto richiesta e
pretesa dal contingente.
"Domande sulla giustizia" (2002), tale non il tema ma
i contenuti della Cattedra, testé tenuta nella ormai tradizionale
sede dell'Aula Magna della "Statale"; neppure propriamente
"Cattedra", ma neppure lezione né conferenza né
tanto meno iniziativa di indottrinamento: semplicemente, ma di alta
e raffinata semplicità, "dialogo tra" il Cardinale
e l'illustre giurista Gustavo Zagrebelsky che, pur da mosse diverse,
hanno ribadito una salda consonanza.
Come "dimenticare" una base fondamentale per ogni vivere
civile, di tanta attualità nel nostro paese come nel mondo
intero? Come risolvere le pesanti contraddizioni delle sue interpretazioni,
della sua manifestazione. della sua applicazione, dei suoi effetti?
I due interlocutori (solo due: essenziale anche in questo la sera
unica della XII Cattedra. il 29 maggio 2002) ne hanno dialogato
in chiave problematica.
lì giurista ha proposto le molte facce della giustizia com'è
presente tra gli uomini, le molte sue forme, i molti e vani tentativi
di dame definizione univoca. le molte sue interpretazioni spesso
distorte da fini egoistici o di parte (dalla giustizia retributiva
e matura" dell' "occhio per occhio", alla giustizia
distributiva con le tante implicazioni nel sociale e nel politico,
alla giustizia riconciliativa che ,già antica pratica ebraica
ripresa audacemente in epocali trasformazioni moderne, mira non
alla punizione ma al riconoscimento reciproco e comune della verità).
E il Cardinale ha non contrapposto ma completato:
ogni persona "pensante" (un'altra "cifra" delle
Cattedre) ha uno spontaneo anelito alla giustizia; ma, di fronte
ad ogni definizione teorica, deve fare i conti con la giustizia
"qui e adesso". Se "solo dal cuore degli uomini escono
le cose cattive" (Marco 7. 21-22), è il cuore degli
uomini che deve cambiare, secondo un ideale evangelico, che si illumini
in lontananza dell'irraggiungibile esempio della "giustizia
della croce", che su di sé si carica il peccato del
mondo e le sue conseguenze.
Con una quasi confessione scopertamente umana il Cardinale riconosce
che la giustizia deve "inquietare" ciascuno: no alle soluzioni
scontate, no all'assolutezza, no anche alla "disfatta di una
giustizia impossibile".
Perché l'inquietudine - un atteggiamento che forse è
solum squisitamente proprio del Cardinale - è dubbio e critica,
è prerogativa dell'individuo "pensante" sempre.
E dunque l'inquietudine come è stata stimolo e base delle
"dodici Cattedre", così è efficace icona
di una testimonianza che oggi rimane salda e che a lungo saprà
essere attiva.
Tel.: 02 - 79.91.39
E-mail: info@fondazionegiuseppelazzati.it
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