MICHEL CIRY: INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA


La mostra
L'invito alla mostra
Rassegna Stampa


Traduzione dell'intervento di M. Michel Ciry (a cura di Chiara Molinari)  



Eminenza, Signore, Signori, Cari Amici,

è per me un onore e una gioia essere tra voi in questa giornata inaugurale di un'esposizione il cui tema è il volto nella mia opera composta da dipinti, disegni e incisioni.

Senza dubbio, il volto vi occupa una posizione talmente preponderante che, in una produzione che copre un'arco di una sessantina d'anni, non resta altro spazio se non per questo accattivante motivo, capace di declinarsi secondo una gamma illimitata di aspetti e suscettibile di esprimere all'infinito sentimenti di ogni sorta. Che lo strumento usato siano i pennelli, la biro o la punta da incidere, l'impresa è ugualmente difficoltosa, tanto più se il temperamento dell'artista, il quale ha l'audacia lodevole di impegnarsi in un'avventura così rischiosa, è portato al rigore, a una linea spoglia che non tollera il minimo inganno. Oso affermare che questo sia il mio caso.

Devo forse biasimarlo o benedirlo in quanto mi offre ogni volta l'occasione di superarmi puntando al massimo? Non essendo mai stato ostile a stabilire una certa gerarchla nell'ordine dei temi, mi sono sempre permesso di considerare il trattamento del volto come il più nobile impiego dei doni che ci sono stati impartiti venendo alla luce in un mondo nel quale, comportarsi bene non è compito facile, sia che si tratti di governare la propria esistenza, sia di orientare le proprie realizzazioni artistiche. E tuttavia, questa suprema esigenza, che sia professionale o morale, è la virtù di base da cui ogni artista degno di questo nome non è in grado di allontanarsi senza rischiare in seguito di patire gravemente di una tale mancanza. Attingendo l'essenziale della sua ispirazione nelle innumerevoli disposizioni di volti che si offrono al suo sguardo, l'artista è certo di non essere mai a corto di motivi. E anche nel caso in cui, riferendosi solo a volti reali, gli capitasse di non trovarne di suo gradimento, gli resterebbe, grazie anche alle risorse del suo talento, la possibilità di inventarne ricorrendo alle preziose risorse di una memoria arricchita dal sapere.

La quarantina di volti, che vi sono presentati questa sera, possano convincervi dell'autenticità degli argomenti esposti davanti a voi da un uomo perfettamente cosciente dei pericoli che affronta in quanto intermediario che dovrà giustificarsi alla fine del proprio passaggio terreno. Di quest'ultimo, nessuno delle migliaia di giorni che lo costituiscono sia segnato dal marchio infamante di un imperdonabile spreco del tempo che, quotidianamente, dovrebbe essere consacrato all'opera che ciascuno di noi ha il compito di edificare nel corso della sua esistenza, come un monumento simile a nessun altro e degno di sfidare i secoli.

Intervento del Card. Martini

Dirò una breve parola per non rubare tempo alle parole di Michel Ciry e soprattutto alla visione della mostra che è la cosa più importante. Vorrei anch’io esprimere la mia gratitudine a Michel Ciry per la sua arte, per la profondità, la sensibilità, lo spirito cristiano, l’intensità con cui dipinge e ci porta i suoi capolavori. Io li ho visti brevemente e devo dire che ho avuto un’impressione molto diversa, molto più profonda di quella che avevo avuto osservando alcune fotografie. Mi sono accorto che questi volti non sono solo volti, in essi vi è implicita tutta una storia. Per lo più sono soggetti sacri e l’evento sacro è raccontato attraverso il volto. E questo mi è sembrato straordinario. Guardando quel volto si scorge tutto quello che non c’è, tutto quello che sta intorno, tutto quello che avviene nell’episodio evangelico, biblico che viene raccontato.

Una seconda cosa vorrei dire. E’ molto bella questa insistenza sul volto - anche l’altra mostra su Dossetti insisteva sul tema del volto - perché, lo sappiamo in particolare dalle riflessioni di Levinas, il volto è un grande tema etico. E’ un modo di portare l’etica al di fuori dell’astrattismo, degli imperativi, facendo sprigionare tutte quelle forze di amore, di perdono, di compassione che derivano dalla contemplazione del volto. Quando non c’è contemplazione del volto allora c’è guerra. La contemplazione del volto impedisce l’uso delle armi. Mi fece molta impressione quando parlai con due giovani terroristi all’inizio degli anni ottanta, nel carcere di San Vittore. Loro stavano facendo un cammino, di conversione e si domandavano: "Come mai abbiamo potuto fare quegli atti di terrorismo che abbiamo fatto? Perché non vedevamo più la gente in volto. Eravamo come un attore su un palco che vede tutta la platea nera, non vede nessuno ed allora fa qualunque cosa. E così noi avendo perso l’idea che la gente aveva un volto abbiamo fatto ciò che abbiamo fatto". Credo che ciò segni anche il rapporto tra questa mostra e questa guerra, che ci auguriamo finisca davvero quanto prima. Ho ricordato Levinas, ma si sarebbe potuto ricordare anche Italo Mancini che in uno degli ultimi libri scrisse "Tornino i volti".

Una riflessione ulteriore che sarebbe interessante fare mi è venuta in mente guardando questi quadri. Una riflessione sui volti rappresentati dalle icone e su questi volti. I volti delle icone suscitano soprattutto contemplazione, ammirazione, pace. Questi volti invece suscitano una riflessione diversa che porta all’impegno del prendersi cura dell’altro. Sono due linee complementari. L’una più statica, l’altra più dinamica, coinvolgente. Credo che l’una e l’altra siano espressione dei due polmoni dell’Oriente e dell’Occidente. Il volto dell’occidente è qualcosa di mobile, che coinvolge; il volto dell’oriente è qualcosa che tiene piuttosto in riverenza. I due aspetti sono da collegare e dai due aspetti viene una conoscenza profonda del mistero dell’uomo, da riverire e però anche da amare con azioni concrete, coinvolgendosi nel servizio e nel sacrificio per lui.

Riporto infine una parola del Papa tratta dalla sua bellissima lettera, "Novo Millennio in Eunte", che vi servirà, quando contemplerete questi volti dipinti, per cogliere quella luce, di cui parla Michel Ciry. Quella luce che è luce sovrannaturale. Spiritualità della comunione significa, spiega il Papa, sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. E credo che qui ci sia anche la spiegazione di perché questa luce del volto è fonte di etica e perché è capace anche di spegnere gli odi e le guerre.