SAN VITO AL PASQUIROLO: LA STORIA DEL RESTAURO
Di Roberto Sennhauser

Prima di descrivere a grandi tratti ciò che sono stati i passi progettuali del restauro della chiesa di S.Vito al Pasquirolo è importante dare una raffigurazione di come essa si presentava quando nel febbraio del 2000 ricevetti l'incarico di occuparmene. La chiesa era stata utilizzata per ultimo da una comunità di Inglesi fino alla soglia dell'intervento del 1966. Dopo la conclusione di quest'ultimo lo stabile fu concesso ad un sodalizio privato che vi fece svolgere le funzioni religiose a ricordo dei soci defunti fino al 1 990, anno nel quale fu definitivamente chiusa per dissesto strutturale. Spogliata nel 1987 di quadri ed arredi, la rodeva indisturbato il dente dell' abbandono. Negli anni trenta la chiesa era stata privata anche degli affreschi. Questi sono stati collocati di recente a Palazzo Marino. Quelli della cupola absidale restarono in luogo probabilmente soltanto perché non fu agevole accedervi. Purtroppo fino a questo momento, nonostante gli sforzi intrapresi ai più alti livelli, non è stato possibile far tornare nella loro sede istituzionale gli affreschi o almeno il quadro centrale dell'abside.

Al momento della mia prima visita l'edificio si presentava così:
- tetto invaso dall'edera che copriva anche tutta la facciata nord;
- intonaci e stucchi interni ricoperti da tinteggio plastico;
- segni di umidità salente fino al primo cornicione;
- efflorescenze saline estese su pareti e lesene;
- crepe molto evidenti nella cupola dell'abside;
- crepa strutturale verticale sul lato destro all'inizio dell'abside;
- pavimento in lastre grigie, probabilmente di pietra sedimentaria;
- impianti elettrico e di riscaldamento fuori uso;
- impianto idrico/sanitario inesistente;
- arredamento e quadri mancanti.

Il rilievo e le indagini

Nell'ambito delle indagini fu effettuato un rilievo dettagliato del monumento, completato da studi e ricerche, per poter stabilire i criteri operativi e le modalità d'intervento. L'estensione delle indagini al passato è indispensabile nell'ottica della conservazione del monumento, inteso come documento della memoria. Si trattava di prendere atto di come l'edificio era stato realizzato e di come e in quali condizioni ci erano pervenuti struttura ed aspetto.
Apparve infatti incomprensibile, e nonostante tante ricerche lo è tutt'ora, perché l'orientamento della chiesa non rispetti l'asse est-ovest come lo vuole la tradizione, ma bensì quello nord-sud. lì fatto è curioso se si considera che la chiesa era stata edificata in aperta campagna. Personalmente ipotizzo che la presenza delle terme Erculee, sopra le quali l'edificio appoggia parzialmente, abbia determinato la preferenza dell'asse nord-sud. Per completare in modo più esauriente possibile le indagini, si fece capo ad esperti della Pro Arte s.n.c. di Veggiano (PD) per uno studio mineralogico-petrografico e chimico-stratigrafico sugli intonaci e dello studio Euro-Pan di Padova per le ricerche relative alla storia in prospettiva critica e scientifica. Era nota la pubblicazione del 1963 di Davide M. Montagna: La chiesa milanese di S.Vito al Pasquirolo. La campagna fotografica di documentazione dei restauri è stata prodotta dalla ditta ISG di Rovigo, unitamente ai rapporti periodici inerenti alle varie fasi di lavoro eseguito.

Il progetto

L'approccio alla problematica del restauro conservativo è stato improntato alla ricerca di un equilibrio tra il valore storico dell'edificio, il suo contenuto artistico e gli interventi necessari per renderlo fruibile nel presente e trasmissibile al futuro. Lo studio delle proporzioni interne rilevò che il salone sottostante all'aula e all'abside, eseguito nei primi anni '90 contestualmente all'edificazione della sede della Fondazione Lazzati, aveva molto falsato le proporzioni degli zoccoli delle lesene. In accordo con il responsabile della Soprintendenza venne perciò deciso di eliminare i sopralzi sia del pavimento dell'abside, che quelli delle cappelle laterali, al fine di ridurre quanto possibile la ferita di allora.
Le indagini approfondite sulle murature in cotto all'imbocco dell'abside evidenziarono che le due apert re frontali preesistenti, che davano nelle sagrestie, non esistevano originariamente. Esse sono perciò state richiuse. Un'altra decisione importante riguarda la sagrestia destra. Dato che le fonti storiche anche recenti indicano cambiamenti notevoli del perimetro della chiesa, era doveroso indagare le murature perimetrali. Si scopri così che il lato est delle due sagrestie è costituito da laterizi databili nel XIII secolo. Venne allora deciso di rendere visibile questo fatto storicamente molto significativo nella sagrestia destra, ove la muratura era ben conservata, togliendo l'intonaco, peraltro non coevo. Dalle fotografie d'inizio degli anni '60 si rileva che le finestre sopra il cornicione sul lato ovest dell'aula a quei tempi non esistevano, in quanto da quel lato erano addossate alla chiesa delle case d'abitazione, successivamente demolite. Le finestre dovevano però esserci in origine, perché la chiesa nacque come edificio isolato e certamente con aperture simmetriche.
Dalle stesse fotografie sembrerebbe emergere che ai lati lunghi dell'aula e specialmente lungo quello ovest, si appoggiassero dei corpi aggiunti. Quelli sul lato est facevano certamente parte delle cappelle laterali, che un tempo dovevano essere più profonde. Infatti le pareti di fondo delle stesse sono costituite da mattoni di fattura recente, sottili, fugati con malte cementizie. Anche le cornici di stucco che si interrompono alla parete di fondo tradiscono il fatto che la profondità dei vani era stata ridotta, compromettendo le loro proporzioni ed il loro valore volumetrico rispetto a quello dell'aula.
lì pavimento preesistente è stato sostituito. E' stato privilegiato il cotto in considerazione del fatto che le notizie storiche riferiscono che nel '600 il pavimento era di questo materiale. Fortuna volle che attraverso l'impresa di costruzioni Carsana di Lecco si trovassero mattonelle antiche di cotto lombardo, provenienti da ristrutturazioni di case fatiscenti costruite proprio in quell'epoca.
Si è approfittato dell'occasione del rifacimento della pavimentazione per alloggiarvi sotto le serpentine di riscaldamento. Si tratta della soluzione che ormai viene privilegiata per le chiese in genere, non solo per comfort, ma soprattutto dal punto di vista della conservazione nel tempo dei monumenti. La temperatura di esercizio di un tale impianto è bassa. Non viene riscaldata l'aria dell'ambiente, ma il pavimento. Perciò questo tipo di riscaldamento non incide negativamente sulle murature, sui decori e sui contenuti mobili, a differenza di quelli che provocano secchezza dell'aria.

L'idea del contrappunto

La decisione inerente agli impianti tecnici da installarsi riveste particolare importanza nel restauro conservativo di un edificio antico, da rendere nel contempo idoneo alle esigenze di fruibilità attuali. Non ritengo una soluzione ottimale nè il metterli sotto traccia, aprendo e richiudendo delle scanalature, ferendo sia la muratura che le finiture, intonaci o stucchi che siano, nè la cosiddetta installazione a vista. Nella convinzione che sia da preferirsi la soluzione che lasci il monumento il più possibile intatto nelle sue originarie fattezze, è stata scelta la strada di creare elementi a sè stanti, volutamente moderni, per l'alloggiamento degli impianti tecnici. Questa fu la genesi degli steli antistanti le lesene dell'aula, nelle quali sono stati installati altoparlanti, illuminatori per le luci a fibre ottiche, telecamere per la TV a circuito chiuso, prese per microfoni ed elettriche. Si tratta di corpi tecnologici che esprimono volutamente nella forma, nel materiale usato e nella fattura il nostro tempo: il contrappunto all'espressione barocca di S.Vito.
La stessa convinzione di chiarire inequivocabilmente ciò che di nuovo è stato aggiunto alla struttura originaria ha guidato la progettazione degli arredi mobili. Perciò è stato realizzato un arredamento in acciaio e legno, d'ispirazione razionalista. Sarebbe stato un falso storico inaccettabile proporre imitazioni di arredi barocchi, posto che quelli autentici non sono più reperibili.
Grazie ai fondi generosamente messi a disposizione dall'istituto per il Sostentamento del Clero della Diocesi di Milano, all'impegno della Sovrintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Milano e del rispettivo Delegato Responsabile architetto Libero Corrieri, al mio amico architetto Nicola Varalli, Direttore dei Lavori e di tutti gli operatori che hanno partecipato attivamente ai lavori direstauro è stato possibile di riportare a nuovo splendore un monumento caro ai milanesi, la cui stessa esistenza era stata seriamente compromessa.
L'opera di restauro conservativo, il recupero delle strutture e delle preziosità dei decori, l'inserimento di elementi contemporanei in modo da creare un insieme nuovo, in cui l'antico dialoga con il moderno vuoi essere un piccolo contributo alla cura di quel patrimonio collettivo chiamato cultura.

TESTI COLLEGATI